Suor Maria Teresa Lega, la fondatrice
Suor Maria Teresa Lega, Fondatrice dell’Istituto “Lega” delle suore francescane della Sacra Famiglia nasce a Brisighella (Ra) il 13 gennaio 1812.
La contemplazione dell’amore di Cristo che, facendosi uomo, muore in croce per tutte le creature, porta frutto: si apre per lei un orizzonte più vasto del Monastero di Fognano. Avverte l’ispirazione del Signore per dar vita ad una “Fondazione di un Istituto per le povere bambine che sono nella strada abbandonate a loro stesse”. Prega, lotta, soffre a lungo, cerca consiglio da uomini di Dio per comprendere la volontà di quel Dio che la va purificando attraverso una lunga storia di silenzi e contraddizioni. Finalmente il 6 giugno 1871 suor Maria Teresa lascia il monastero e giunge a Modigliana, dove Dio l’ha chiamata a dare inizio all’Opera: una piccola famiglia dove le bambine orfane più povere , grazie alla comunione dei beni con quelle più benestanti, possono crescere umanamente e spiritualmente, imparando anche un mestiere.
Muore a Cesena il 27 gennaio 1890.
Il 25 giugno 1996 papa Giovanni Paolo II la dichiara Venerabile.
Le spoglie mortali di suor Maria Teresa sono custodite nella cappella della casa madre, in Modigliana, dove è possibile visitare anche un museo che, attraverso suoi oggetti, scritti e testimonianze, racconta l’avventura terrena di una donna contempl-attiva verace.
Redenzione: perché Suor Teresa ha colto qui il dono che Gesù ci ha fatto. Gesù ci ha salvati, è venuto a liberarci dalla schiavitù del peccato e della morte, questo ha fatto per amore. Nella preghiera e nella contemplazione del crocifisso la fondatrice ha visto lì l’icona più bella dell’amore: un amore che ha dato tutto nell’assoluta povertà e spoliazione. Il Signore ci dona tutto. Ciò ci porta a riscoprire, come lei ha scoperto, che ognuno di noi è una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio, con un progetto bellissimo per la nostra vita che però ha bisogno di essere riportato continuamente a questa immagine: siamo redenti, salvati, guidati in un cammino per acquisire sempre di più quello splendore che ognuno di noi è.
Educazione: la redenzione è un dono che Dio fa ad ognuno di noi, ma è un dono che va sempre condiviso.
Per Suor Teresa Lega questo ha rappresentato la dimensione dell’apostolato, cioè il chiedersi continuamente come donare agli altri questa ricchezza infinita. “Io – scriveva – sono fatta a immagine e somiglianza di Dio e chiedo continuamente al Signore di aiutarmi a spogliarmi dei miei vizi e dei miei limiti perché questa immagine e questa somiglianza splenda sempre di più”. E aggiungeva: “Ogni creatura è fatta a immagine e somiglianza di Dio e io non posso non guardare il mio fratello con questo sguardo rinnovato. Come posso rifiutare le creature quando Tu Gesù per ognuna hai dato la vita?”.
Redenzione ed educazione allora sono due parole che esprimono l’unica grandissima realtà, dell’amore donato da Dio all’uomo e donato da ogni uomo che si sa amato da Dio agli altri uomini, un amore redentivo, che salva, cioè che libera.
L’incontro con questa persona ci può aiutare a riguardare lo sguardo che il Signore ha su di noi e il nostro sguardo così rinnovato al Signore e agli altri.
Pubblicazioni
– Autobiografia di Suor Maria Teresa Lega, Cesena 1996.
– Cenni storici (1869-1887) scritti dalla Fondatrice, Venerabile Madre M. Teresa Lega, Cesena 1996.
– Pensieri della Venerabile Madre Maria Teresa Lega, Cesena 1987.
– Spada L., Cenni storici sulla vita della Madre Teresa Lega, Faenza 1916.
– Colagiovanni M., Le due vite di Madre Teresa Lega, Roma 1989.
– De Feo F., L’Istituto della Sacra Famiglia a Cesena (1887-1987), Cesena 1989.
– Procaccini Sr. M. E., La Madre Maria Teresa Lega,Cesena 1954. – Fiumana O., Educare all’amore … educare nell’amore, Cesena 2000.
– (A cura di) Istituto “Lega”, Come un Amico, con l’amico, Cesena 2013.
Tutte queste pubblicazioni sono disponibili presso:
Casa generalizia
Suore francescane della Sacra Famiglia
Istituto “Lega”
Via F.Mami 411, Cesena
0547.334709
TRIDUO 2024 a La Verna
19 ragazzi dell’Alta squadriglia del gruppo scout Cesena1, 6 capi, 2 cambusieri, 3 giorni di triduo pasquale e 1 città stupenda: Assisi!!! Un mix perfetto per prepararsi alla Pasqua, un mix perfetto per riscoprirsi scelti, benedetti, spezzati e amati!!!
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: “Prendete, mangiate: questo è il mio corpo”. (Mt 26,26)
Prende, benedice, spezza e dà il pane come il suo corpo, ogni giorno nell’eucarestia. Quattro azioni e un unico mistero, quello della vita di Gesù. Queste le quattro parole che ci hanno accompagnato a vivere il triduo ad Assisi nella città di Francesco. Quattro parole che abbiamo ritrovato nella sua vita e nella nostra.
Presi, o meglio scelti, come Francesco chiamato a riparare la casa del Signore, la Chiesa, e non solo quella di san Damiano ma quella nel cuore dei credenti, il corpo vivo di Cristo. Ma anche noi siamo scelti, da Dio, attraverso il battesimo, in modo unico e personale, scelti per far parte della chiesa, della famiglia umana. Un amore completamente gratuito che mentre sceglie non esclude nessuno, anzi, amplifica cuore e mente!
Benedetti, cioè confermati nel bene! Francesco ha vissuto la conferma nel bene quando il Signore gli ha mandato dei fratelli. È nelle relazioni che scopriamo e viviamo il bene. Sono i fratelli e le sorelle che ci dicono la nostra preziosità, il nostro essere benedetti, il nostro essere amati. Siamo lo specchio gli uni degli altri, uno specchio da solo non può far vedere nulla ma se ha davanti un altro specchio può riflettere la bellezza che lo abita.
Spezzati, cioè crepati, fragili, bucati…. Chi non ha fratture? Chi non ha mai sentito l’insicurezza, l’abbandono, la solitudine, l’esclusione, il giudizio, il rifiuto, il dolore…. Gesù il venerdì santo si lascia spezzare, trafiggere, bucare, crepare. La vita ha tanti sapori: dolce, amaro, piccante, acido, salato! Attraverso ognuno di essi la grazia diventa luce, bene, amore. Come succede nell’incontro con il lebbroso, ciò che era amaro è diventato dolce!
Dati, dati al mondo per diventare semi di amore, semi di bene. Gesù scende nel silenzio del sepolcro, i discepoli attendono insieme nel cenacolo, Francesco chiede di essere steso nudo sulla terra nuda per morire. Come il seme che fra gli altri semi e nel silenzio della terra cresce e diventa un albero che dà frutti. E come ci ricorda Francesco: “Nulla di voi trattenete per voi perché totalmente vi accolga colui che totalmente a voi si offre”.
Scelti per ricevere la benedizione,
benedetti per scoprirsi spezzati,
spezzati per essere dati,
dati per sentirsi amati.
Anna in Colombia
Quando ho deciso di partire per la Colombia non volevo avere grandi aspettative, volevo lasciarmi sorprendere e ora che sono tornata dal viaggio posso dire che è stata la scelta più giusta che io potessi fare.
La Colombia mi ha sorpreso sotto vari punti di vista ma quello che mi ha colpito di più è stata la gentilezza delle persone. L’accoglienza che ho ricevuto al mio arrivo e l’attenzione che le persone mi hanno dedicato rimarranno per sempre la parte migliore di questo viaggio. È incredibile come la presenza delle persone giuste riesca a farti sentire a casa nonostante la tua vera casa sia a migliaia di kilometri di distanza. È bellissimo sentirsi parte di una comunità e vedere come le persone sono disposte a farti entrare nelle loro vite e nelle loro case.
Il viaggio in Colombia mi ha cambiato, mi ha permesso di ridare il giusto peso alle cose e mi ha fatto sentire estremamente fortunata. Mi spiego meglio: sono stata accolta in una casa che a malapena definirei tale e mi hanno offerto tutto ciò che potevano darmi, una tazza di latte e caffè a cui non ho potuto dire di no. Ho sentito storie di ragazzi con un finale terribilmente triste eppure chi me lo raccontava lo faceva con fede, senza perdere la speranza e con un sorriso in volto.
Le persone più povere che ho incontrato sono state quelle che mi hanno offerto tutto ciò che avevano ed è proprio qui che ho visto cosa significa offrire senza volere nulla in cambio.
È stato un viaggio fantastico dall’altra parte del mondo ma anche un viaggio dentro me stessa che sicuramente ricorderò per sempre.
Samuele in Colombia
Scrivo dalla Spagna, al freddo, all’inizio di una nuova avventura, ancora una volta come straniero e subito, per contrasto, mi viene in mente il caldo sole che mi ha accolto in Colombia. In realtà, i primi giorni sono stati i più difficili. Arrivato un giovedì sera, la scuola l’ho vista prima silenziosa. Un paradiso terreste -se non sei uno studente- che aspettava di accogliere i ragazzi e che sarebbe stata la mia casa per 6 settimane. Dalla mattina seguente, con un tentennante spagnolo, ho provato a lanciarmi il più possibile, trovando altre forme di comunicazione, a partire dallo sport, grazie alle quali subito i ragazzi hanno cercato di farmi sentire accolto. Tuttavia, suonata la campanella, la scuola è tornata come la sera prima, un meraviglioso angolo di Cartago protetto da cancelli e filo spinato, barriere che non mi impedivano però di vedere il quartiere Bellavista, uno dei più poveri e problematici della città. La sera prima non ci avevo fatto molto caso, ma, rigorosamente accompagnato dalle suore, la mattina stessa siamo andati a fare una visita.
Io non ero pronto a vedere la casa di Cristina. Uso la parola casa solo per la dignità di questa mamma che durante la pandemia, si era messa a costruire, con il fratello, una casa per loro, la nonna e la bambina che in quel momento era ancora a scuola. Nonostante i loro sforzi, poiché quella è zona di invasione (quindi ognuno costruisce come e dove può), il terreno non ha retto e la casa è pericolosamente incrinata. E’ difficile descrivere a parole: bisogna camminare sulle assi che si piegano e gemono al passaggio, con la costante sensazione che sia la casa stessa a cadere e poi pensare di viverci tutti i giorni. Cristina era fiera della sua casa e ha solo chiesto alle suore che la aiutassero con un piccolo muricciolo in cemento, ma era evidentemente stanca e provata. Seduta cucendo sul divano, tutta la famiglia stava aggrappata alla nonna, che con il suo fare allegro sembrava davvero tenere alti non so il morale, ma anche le pareti stesse.
Dopo quest’avvio intenso, sono calati due giorni di silenzio quasi completo. In questi giorni guardavo da lontano le povere case ammassate e mi sentivo inutile, completamente impotente di fronte a un mondo più grande di me. Non mi ero reso conto di quanto fosse dentro di me l’idea di dover partire per cambiare il mondo, ma in quel momento mi è parso evidente ed era altrettanto chiaro che non ci sarei riuscito, per lo meno, non come sognavo.
Nei mesi successivi mi sono accorto che più che tutto il resto del mondo sono cambiato io. Il grande rischio di vivere fuori dal paese natale è vedere i propri punti fissi traballare, in maniera particolare perché ero circondato da gente coinvolgente quanto i Colombiani, che mi hanno sempre aperto le loro case, ricche o povere che fossero, lasciandomi entrare nelle loro vite e condividendone un pezzo. Ognuna delle loro storie meriterebbe di essere raccontata, ma già adesso i nomi e i volti di questi rapidi incontri sfuggono alla memoria e allora mi chiedo cosa mi rimarrà di loro e cosa a loro di me. Alla prima parte ho già risposto, ogni persona in Colombia mi ha aiutato a crescere e conservo gelosamente le loro storie nei diari di quei giorni. Allo stesso modo penso però che il cambiamento non è mai unico. Ogni volta che i ragazzi si aprivano a giocare con me, ascoltavano le mie noiose lezioni, mi insegnavano un ballo, un gioco, uno scioglilingua, stavamo costruendo qualcosa di diverso, un mondo un po’ più incline ad accogliere lo straniero. In fondo io gli ho portato una visione diversa, una realtà lontana, in cui certe dinamiche che attagliano questo posto non sono considerate normali, in modo che almeno sappiano che esiste un altro modo e magari gli venga voglia di viverlo. Questo ho provato a dire ai ragazzi gli ultimi giorni di permanenza, che un caso fortuito ha voluto coincidessero con la settimana della pace: Sois semilleros de paz (State seminando la pace), perché la vera pace è questa accoglienza e confronto tra culture.
Il mio viaggio però ancora doveva terminare. L’ultima settimana l’ho passata tra Villavicencio e Bogotà. Qui ho avuto l’occasione di conoscere diversi ragazzi della mia età e, con un po’ di sensi di colpa, ho scoperto di avere il grande dono di poter vivere i miei 20 anni, “la gioventù”, studiando e viaggiando, mentre molti di loro non possono. Alcuni di loro non vivono neanche l’adolescenza o l’infanzia, perché soprattutto tra le fasce povere si deve diventare adulti in fretta e uscendo da scuola (16/18 anni) i ragazzi spesso si trovano ad affrontare una vita per la quale non sono pronti, perdendosi in tanti modi.
Dentro di me urlano le storie non scritte, ma spesso mi chiedono cosa mi manca di più della Colombia e racconto una di queste storie, perché sì, è difficile lasciare il patacón, il cholado… però alla fine sono le persone e i loro modi di vivere che mi rimarranno dentro, un’allegria contagiosa che accende questa terra latina e non fa dimenticare i problemi, ma aiuta a convivervi.
Una valigia carica di domande
Quando Suor Chiara mi ha chiesto di scrivere per testimoniare la mia Missione a Charre.
subito le ho detto: ”adesso cosa racconto?” Racconto l’Africa che mi ha accolta come sua ”figlia”,
anche se per lei ero una perfetta sconosciuta e poi, dopo aver fatto la mia esperienza, l’ho salutata senza prometterle che
ci rivediamo, che un giorno potrebbe esserci la possibilità di un’altra occasione…con quale coraggio?!
Poi, mi sono seduta, mi sono “guardata dentro”, ho preso carta e penna…e ho iniziato a scrivere quanto segue…
Tankhuta maningi Charre
Mi mancherai Africa,
mi mancherai Charre,
mi mancherà ogni passo del mio cammino fatto insieme;
Mi mancherai Africa,
per la tua quotidianità semplice,
ma piena di ricchezza;
Mi mancherai per il tuo instancabile dare,
mi mancheranno i sorrisi,
mi mancherà quando i bambini chiedevano
un po’ di cibo per la fame;
Mi mancherà il loro buttarsi a Terra per la gioia,
mi mancheranno i tuoi TATA,
mi mancheranno i tuoi canti
e mi mancheranno le tue danze,
mi mancherà il tuo bussare alla porta senza orari;
Mi mancherai Africa per la tua NON indifferenza;
Mi mancherai Africa per la tua Grande Anima;
Mi mancherai Africa per il tuo Grande Cuore!
Ciao sono Gala, sono di Cesena e a luglio di quest’anno sono partita insieme a Chiara e a Claudia, verso una delle realtà missionarie delle suore della Sacra Famiglia, le quali ringrazio per avermi dato la possibilità di vivermi questa esperienza.
Invito chiunque sente la Missione dentro di sé di fare la valigia mettendo dentro tutte le domande che ha, dalle quali sicuramente verrà accompagnato durante il viaggio, ma quando tornerà, la valigia sarà ancora più pesante perché dentro la stessa, ci saranno le risposte e altre domande per cambiare lo sguardo verso noi stessi ed il prossimo.
C’entro a Santarcangelo
Da secoli l’uomo, con occhi affascinati, guarda in su cercando risposte alle grandi domande nell’interpretazione del cielo e le stelle. È ammirando una realtà così distante dalle piccole vicende umane che Einstein intuisce la teoria della relatività: due stelle, due puntini lassù, per incontrarsi devono trovarsi nello stesso istante, nello stesso posto.
Non è forse questa un’evidenza che sperimentiamo ogni giorno? Per essere certa di partecipare ad un’importante riunione alle 8.00 a Milano, chiederò informazioni sulla posizione esatta e, per sicurezza, imposterò un promemoria qualche ora prima. Sarebbe un bel guaio se impostassi male l’indirizzo sul navigatore o se arrivassi in ritardo!
Anche gli incontri con Dio hanno uno spazio e un tempo dedicati, che, nel loro essere così profondamente umani, vengono consacrati dall’accoglienza della sua presenza. È su questo tema che si innestano le tre tappe di un cammino, tutto al femminile, che si svolge tra Santarcangelo, Cesena e La Verna, ospiti delle Suore della Sacra Famiglia (spazio per l’appunto) durante tre weekend tra gennaio e aprile (tempo).
Il primo appuntamento ha preso avvio da una riflessione sul nostro modo di relazionarci con lo spazio esterno. Possiamo sostare in un dato luogo o attraversarlo, abitarlo, evitarlo, rifugiarci, esserci trattenuti, stare in pace o trovarci scomodi. Sia che percepiamo lo spazio come cornice del nostro agire, sia che gli riconosciamo un ruolo di protagonista, certo è che ci condiziona e ci identifica come uomini.
Lo stesso Gesù si fa chiamare il Nazareno ad indicare che ha messo davvero radici sulla terra, che, nel suo essere “di ciccia”, ha affidato ad un preciso luogo il tempo della sua crescita fisica e spirituale. L’abbiamo seguito, leggendo il Vangelo di Marco, per le strade della Palestina dove, tra il trambusto della folla, compiva miracoli. E poi ci siamo intrufolate con lui nell’intimo delle case di amici, dove a pochi rivelava il senso di ciò che avevano/avrebbero visto e vissuto fuori. Abbiamo conosciuto un Gesù che sta al nostro fianco e rende la strada condivisa un cammino di vita costellandola di domande “Chi sono io?”, “Perché mi segui?” “Mi ami?” e che non ci abbandona anche nei passaggi più bui, come sulla barca in mezzo al mare “Sono qui, non temere”.
Ci siamo infine soffermate sul nostro io interiore, cercando di raffigurarlo come una casa, capace di accogliere e custodire la presenza di Dio. Etty Hillesum nell’orrore dei campi di concentramento scrive “L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio”. Ecco allora che, tra tanta confusione, ferite e chiusure ci impegniamo a fare spazio a Dio, a liberarci delle etichette che utilizziamo per definirci e a mettere in discussione le certezze che difendiamo. Ci prepariamo a farci sorprendere un po’ più nudi, un po’ più veri dal nostro Dio, che con tanta delicatezza viene ad incontrarci. Vogliamo davvero fare “Centro” e sentire che sì, io “C’entro”, individuando e rimettendo al proprio posto le poche cose che contano!
Buon cammino di preparazione alla Pasqua
I “Padri di famiglia” a La Verna
Le nostre motivazioni sono svariate: semplice curiosità, interrogazione, situazione difficile, tappa personale, bisogno di senso, intenzioni da portare, ma anche voglia di condividere o di ringraziare, di silenzio, di convivialità, di natura.
Anche le nostre situazioni personali sono diversificate: sposati, divorziati, vedovi, single in coppia, ma tutti figli e padri, ognuno a modo suo. Le nostre convinzioni spirituali vanno dal quasi niente al quasi tutto: non battezzati, lontani dalla Chiesa o resistenti, ma anche cattolici convinti e praticanti. E per tutti una relazione da iniziare, creare, esplorare o sviluppare con Dio.
La nostra presenza oggi in questi luoghi porta già in sé la testimonianza della Sua chiamata e della Sua presenza. Egli ci raccoglie insieme, Egli ci chiama, chiunque noi siamo e a qualunque punto siamo arrivati.
Ad immagine di San Giuseppe, durante questi giorni veglieremo fraternamente gli uni sugli altri, senza giudizio, nel rispetto della verità e del cammino di ognuno.
Questo cammino sarà a nostra immagine: delle volte sorridente e pieno di sole, altre volte triste e difficile. Ogni tanto sereno e fiducioso, e ogni tanto preoccupato e agitato. Sui sentieri degli appennini che custodiscono le tracce di San Francesco, percorreremo i sentieri della nostra vita, le vie della nostra relazione con Dio.
E al termine raggiungeremo La Verna, questo luogo di Dio, scelto da Lui per manifestare al mondo la potenza del suo amore per San Francesco. Prima che lì ci accolga, possiamo da subito girarci verso di Lui. Con benevolenza protegga i nostri passi e accompagni i nostri pensieri, i nostri incontri e le nostre preghiere durante questi tre giorni.
Le nostre motivazioni sono svariate: semplice curiosità, interrogazione, situazione difficile, tappa personale, bisogno di senso, intenzioni da portare, ma anche voglia di condividere opreghiere durante questi tre giorni.
Viaggio a Charre
Provo a rispondere al difficile compito di descrivere l’impatto dell’esperienza di volontariato a Charre attraverso i versi della canzone “L’ultimo spettacolo” di Roberto Vecchioni. Recita così: «Li vidi ad uno ad uno mentre aprivano la mano e mi mostravano la sorte come a dire “noi scegliamo!
Non c’è un dio che sia più forte” e l’ombra nera che passò ridendo ripeteva “no”». Mentre ascoltavo queste parole, sul treno di ritorno da Mutarara a Beira, pensavo ai bambini di Charre con cui avevo condiviso tre settimane. Ancora oggi, a distanza di tempo, ascoltando quelle parole, vorrei tornare tra loro, tra la criança di Charre.
Penso che questi versi siano la chiave per spiegare l’impatto di questo viaggio. Mi identifico pienamente con il primo verso della canzone: anch’io ho visto quei bambini aprirsi con fiducia.
Erano pieni di speranza e di desideri, seppur lucidi circa le loro condizioni di vita. Penso in particolare a Mingo, un bambino di dieci anni che il giorno prima che partissi mi ha preso per mano e si è alzato in punta di piedi per sussurrarmi all’orecchio: “Nenda nathu”, che in lingua sena significa “voglio venire con te”. Credetemi, queste parole non sono semplicemente il frutto di un legame affettivo, ma riflettono la lucida consapevolezza di una realtà diversa a cui tutti aspirano: l’Europa. Per molti di loro, però, destinati a trascorrere il resto della loro vita tra un tetto di paglia sorretto da mattoni di fango e un campo da coltivare, l’Europa rimarrà un sogno inaccessibile.
L’ombra che offusca i desideri di Mingo e di tutti gli altri è, come suggerisce Vecchioni, simile ad un’ombra nera che si staglia sulla loro vita. Non importa definirla in termini precipui, possiamo chiamarla destino, sorte, fortuna oppure caso. È importante, invece, capire che questa ombra nera condiziona le loro opportunità e aspirazioni sin dalla nascita, semplicemente perché sono nati in Mozambico e non altrove. Il nocciolo dell’insegnamento che ho portato a casa da questo viaggio sta in questo, e cioè nel fatto che a nessuno è data la facoltà di scegliere dove nascere, eppure il luogo di nascita influisce in modo significativo sulle condizioni e le aspettative di vita di ciascuno.
E proprio perché si tratta di un evento arbitrario, sarebbe assurdo parlare di “colpa”. Nessuno ha “colpa” di nascere in Mozambico, così come nessuno “merita” di nascere in Europa. Però, bisogna riconoscere che chi ha la fortuna di nascere in Europa detiene un grande privilegio. Infatti, né io né Mingo abbiamo scelto dove nascere, eppure questa circostanza arbitraria determina drasticamente le nostre vite. Inoltre, penso che la consapevolezza di questo privilegio porta con sé una responsabilità importante. E proprio questa responsabilità, e non l’istinto colonizzatore degli occidentali descritto da Kipling, è il fardello che grava sugli uomini e le donne provenienti dai paesi più sviluppati.
Per concludere, il viaggio a Charre mi ha insegnato che la vera ricchezza sta nella condivisione e nell’aiuto reciproco, e che il privilegio comporta una responsabilità sociale verso coloro che, per un capriccio del destino, non godono delle stesse opportunità.
JMJ a Lisbona
Un gruppo di giovani Santarcangiolesi insieme a don Davide, don Ugo e suor Nadia ha partecipato alla JMJ a Lisbona percorrendo un tratto del cammino Portoghese di Santiago. Esperienza ricchissima sia nella prima parte di cammino che nella seconda di incontro con il Papa, la Chiesa, i giovani di tutto il mondo, vogliamo condividerla attraverso le immagini e il racconto di qualcuna/o di loro.
Abbastanza addormentati ma carichi pensando a quello a cui saremmo andati incontro, sabato 29 luglio, festeggiando il compleanno di un ragazzo che era con noi, siamo partiti per Santiago. Il giorno dopo abbiamo iniziato il cammino. Con la sveglia mattutina prima dell’alba che ci faceva camminare in città addormentate, dove alle volte era necessaria una torcia per vedere, si creava un’atmosfera davvero suggestiva. Si alternavano momenti di riflessione personale, chiacchiere, condivisioni, canti e a metà mattina c’era la prima pausa ufficiale, che offriva nuovi argomenti a cui pensare. Ogni giorno infatti c’era un personaggio biblico che ci accompagnava proponendoci un modo diverso di alzarci e fare qualcosa: Samuele per rispondere alla nostra vocazione, Paolo per lasciarsi guidare, Giuditta per farsi strumento nelle mani di Dio, una donna adultera per essere perdonata, Elia per andare incontro a Dio. Così anche noi abbiamo cercato di capire quando nella nostra vita ci siamo rialzati, come l’abbiamo fatto e abbiamo provato a scorgere la presenza di Dio accanto a noi. Conoscendo sempre di più chi avevamo vicino e confrontandoci, arrivavamo ogni giorno alla fine della tappa con i piedi doloranti, bisogni di un massaggio, a volte con le bolle, ma custodendo nel cuore sempre nuovi doni.
Il nostro programma prevedeva 5 giorni di cammino al contrario, in direzione di Lisbona, e gli ultimi tre alla JMJ. Il cammino portoghese in realtà inizia a Lisbona che era per noi la meta. Così venerdì dopo un tragitto in pullman e treno, siamo passati dall’essere in 21 e camminare in tranquillità, alla via Crucis della JMJ con una folla incalcolabile e un caos considerevole. Era impressionante e meraviglioso essere circondati da giovani che come noi si erano alzati per andare incontro a Dio. La via Crucis è stata semplice, arricchita dai ballerini e da alcune storie che testimoniavano quanto Dio si faccia vicino a noi soprattutto nel momento della prova e anche se sbagliamo. Poco prima della JMJ infatti il papa stesso ci aveva detto: “Anche se sbagliate, Dio è pazzo d’amore per voi!” e ci ha portato le prove di ciò.
Sabato dopo una bellissima festa nella parrocchia in cui abbiamo dormito, ci siamo diretti nel campo in cui saremmo rimasti fino al giorno successivo. Nonostante sapessimo in quanti fossimo, era impossibile comprenderlo, ovunque ci girassimo c’erano giovani in festa. Abbiamo ascoltato qualche storia ed era straordinario il sorriso di tutte le persone che avevamo intorno.
Quella sera c’è stata la veglia, dove il Papa ha affermato che nella vita si cade, l’importante è sapersi rialzare e se vediamo qualcuno che è “rimasto caduto” dobbiamo aiutarlo a rialzarsi. Infatti è lecito guardare qualcuno dall’alto al basso solo se è per aiutarlo a rialzarsi. Alla fine del suo discorso Francesco ci ha dato coraggio ricordandoci che nella vita tutto ha un costo, solo una cosa è completamente gratuita: l’amore di Gesù. Con questa speranza è iniziato un momento di adorazione. È stato da brividi, tutti inginocchiati verso il palco ad affidare a Dio la propria vita, con la certezza di essere amati.
Dopo la notte, con un’alba splendida ci siamo alzati e preparati per la messa. Il papa ha definito le tre azioni che devono essere presenti nella nostra vita: brillare, ascoltare e non temere. Infatti brilliamo quando amiamo come Gesù ci ha insegnato, per farlo però è fondamentale ascoltare la Sua parola, questo è il segreto, e infine non dobbiamo avere paura. Gesù lo ripete continuamente perché sa che è una nostra fragilità, ma ci garantisce che Lui è sempre con noi, dunque non dobbiamo temere.
La sera stessa eravamo a casa, stanchi ma arricchiti di esperienze, emozioni, testimonianze. Ci è stato donato così tanto in così poco tempo che probabilmente ci metteremo un po’ per capire quanto abbiamo ricevuto. Per ora possiamo ringraziare e vivere cercando di far entrare almeno un po’ di quanto ci è stato donato nella nostra vita quotidiana. (Elisabetta)
La parola più adatta che userei per descrivere quest’esperienza è: grande.
Con il gruppo abbiamo deciso di dividere questa GMG in due fasi, ovvero un pezzo del cammino di Santiago e poi Lisbona.
La prima fase è stata propedeutica alla seconda, in quanto è stato anche grazie al tempo di riflessione e di solitudine che abbiamo passato durante il cammino che siamo riusciti a viverci a pieno la giornata mondiale dei giovani a Lisbona. Infatti passare di punto in bianco da essere 21 ad essere 1 milione e mezzo è un gran bel cambiamento, un salto che destabilizza inevitabilmente.
Personalmente è stato però un salto bellissimo, in quanto prima ho potuto fare un’analisi interiore e poi ho potuto applicare le mie scoperte al “mondo intero”.
A Lisbona ho vissuto l’emozione più grande della mia vita, ovvero sentirmi parte di qualcosa per davvero. Essere circondata da persone come te, che anche se parlate due lingue diverse ti comprendono è una sensazione grande. Sentirsi compresi e felici come non lo si è mai stati penso che sia l’emozione più bella che si possa provare. Sentirsi per la prima volta nella propria vita non soli, che non si è soli a lottare contro il mondo.
Per me è stato questo: una cosa grande, sia a livello concreto ovvero di numeri, persone, ecc… sia a livello emotivo, l’emozione più grande che si possa provare, la gioia.
Sono tornata a casa così colma di emozioni che tuttora non sono riuscita ad elaborare davvero tutto quello che ho provato, sentito e compreso.
L’unica cosa di cui sono sicura è che la mia anima e la mia fede sono cambiate, si sono evolute, e ho capito che la mia fede non è solo una parte di me, ma la base su cui poi costruire la mia vita.
Ho capito che è la cosa che mi rende felice e che non sono la sola a provare un’emozione simile a 21 anni. Perché, diciamocela tutta, al giorno d’oggi essere credenti è l’eccezione non la regola, soprattutto a quest’età.
Spero di poter vivere altre giornate della gioventù e spero di non essere la sola a cui la GMG ha cambiato la vita in meglio. (Anna)
Rileggevo gli appunti scritti di getto per tutto il viaggio. Sono tutte piccole pillole slegate che mi aprono enormi sensazioni e mi ricordano della ricchezza di spunti che mi ha offerto questo cammino con meta Lisbona.
Sí, un viaggio, perché noi abbiamo vissuto una Gmg speciale, arrivando a Lisbona il 4 agosto, ma iniziando il cammino insieme a Santiago. Dal 28 luglio, abbiamo proceduto lungo il cammino portoghese, a ritroso (“de regreso” rispondevamo a tutti i pellegreni che ci osservavano sconcertati). Un percorso scandito dalle difficoltà di trovare un passo e un ritmo comune in 20 e delle pressanti aspettative che automaticamente mi ero generato con l’idea di Gmg. Niente è stato come le aspettative. Il clima generato da 20 ragazzi in cammino non può che essere diametralmente opposto a quello della caotica Lisbona. Tuttavia, ci stavamo effettivamente preparando alla condivisione e all’ascolto. Prima di tutto l’ascolto di noi e delle nostre esperienza che quotidianamente i ragazzi del “gruppo spirituale” hanno collegato a un brano di Vangelo, rendendo noi ascoltatori accettori e custodi di un pezzo della loro vita. Sono state storie di speranza, certo ci hanno raccontato le loro cadute, ma ci hanno raccontato soprattutto la voglia di rialzarsi, ci hanno trasmesso la forza della consapevolezza della presenza di Dio e la Sua viva azione nei loro vissuti, che è riuscita a dargli lo slancio per rialzarsi. A riprendere tutte questo voci è stato proprio il papa nella veglia: l’importante non è non cadere, bensì non rimanere per terra.
La continuità tra il cammino e la meta si è invece spezzata nello scenario: dalla fresca e silenziosa Galizia alla calda e frenetica Lisbona. La prima suggestione portoghese non poteva che essere lo spettacolo multicolorato delle bandiere, delle maglie e dei volti dei tanti ragazzi che affollavano la stazione. Quell’immagine in cui le bandiere e le culture di tutto il mondo si incontrano e sono segni di comune appartenenza a un mistero più grande e non ragione di conflitto penso sia il più grande dono che ho ricevuto prima di entrare nel campo. Perché è vero rimarranno in me la via Crucis, l’accoglienza dei portoghesi ad Azabuja e la lunga marea umana che si dirigeva ai settori, ma dentro al parco Tejo l’atmosfera non puo che sconvolgere chi vi entra. Il senso di unità con migliaia di giovani da tutto il mondo mi ha riempito profondamente l’anima, così come la loro gioia. Nelle chiacchiere, negli scambi ho sempre sentito una vicinanza incredibile a tutte le persone a cui anche solo battevo il cinque. Ritrovarsi alle 3 con portoghesi, tedeschi, italiani e polacchi a ballare in cerchio, tra migliaia di ragazzi che dormivano sull’asfalto, contando il tempo in 4 lingue diverse è stata l’immediata realizzazione del miracolo che stava succedendo in quel luogo. Miracolo che si è realmente concretizzato quando tutti questi ragazzi con la nostra instancabile allegria abbiamo fatto silenzio per la veglia e la messa. Ho ritrovato il senso di quel raduno, che non è stato solo un’enorme bolgia rintronante, ma una spinta a credere e vivere questa fede con tanti ragazzi che hanno altrettanta gioia da condividere. (Samuele)
La GMG di Lisbona è stata la mia prima GMG. Non nego di essere partita un po’ titubante ma tornata a casa posso dire che ne è davvero valsa la pena. Sono stati giorni ricchi di risate ed emozioni che mi porterò per sempre nel cuore. La cosa che più mi rimarrà impressa però sarà quel milione e mezzo di giovani provenienti da tutto il mondo per ascoltare le parole del Papa. Giovani che mi hanno fatto capire davvero che quello in cui credo non può che non essere vero e che la Chiesa è una realtà molto più grande e viva di quello che si pensi al giorno d’oggi. I momenti più belli di quelle giornate sono stati, a mio parere, quelli di preghiera e soprattutto la Veglia di sabato sera. Del discorso del Papa ciò che più mi ha colpito è stata la parte relativa alla “gioia missionaria”; sapere che anche io posso fare del bene agli altri ed essere una radice di gioia per qualcuno mi ha fatto sentire di poter fare la differenza anche solo con piccoli gesti. (Aurora)
Durante il cammino di Santiago ho avuto l’occasione di riflettere molto sugli spunti che ci sono stati offerti. Inoltre grazie alle condivisioni ho potuto anche scoprire il punto di vista altrui.
Durante le tre giornate in cui realmente abbiamo partecipato alla GMG, con tanti altri giovani provenienti da tutte le parti del mondo, mi sono divertito molto.
Per me la cosa bella della GMG oltre alla via crucis, la veglia e la messa con il papa è stato vedere che così tante persone erano lì per il tuo stesso motivo. (Davide Z.)
Giornata del sì
In una giornata limpida dove il sole si fa sentire, ma il calore viene moderato da un venticello fresco e a tratti furbetto, ci siamo incamminati (in pullman) direzione Fatima. Durante il viaggio abbiamo pregato e meditato il Si di Maria (canto Maria do sim) e dall’ evangelista Giovanni la triplice domanda di Gesù a Pietro: “Simone, mi ami tu?”…. il suo triplice si…. ha fatto seguito una condivisione a coppie del nostro si, nelle varie situazioni o realtà di vita.
È stata una stimolante condivisione che ha aperto finestre ad ulteriori condivisioni. Arrivati a Fatima verso mezzogiorno ci siamo immersi in un fiume di giovani che con le loro bandiere multicolore, volti sorridenti e tanta allegria, provenienti da tutto il mondo ci sentivamo proprio in un “altro mondo”. E già si respirava aria e clima della Giornata mondiale della gioventù. Si avvertiva una fede viva e vivace e la voglia di comunicare abbatteva ogni barriera di lingua.
La “padrona di casa” Nossa Senhora de Fátima era li ad aspettarci ognuno con le sue preoccupazioni, sofferenze, dubbi e richieste. Lei con la Sua dolcezza e braccia aperte, si percepiva una voce..: venite qui, lasciate qui il vostro peso, consegnate a me ogni vostra preoccupazione e fidatevi di me. Abbiamo coronato questa giornata con una Celebrazione Eucaristica Universale sulla spianata ricca di colori e bandiere. Il mondo giovane era presente. La Chiesa giovane ha cominciato il suo evento sotto la protezione di Maria. E il ritornello che si udiva in varie lingue: questa è la gioventù del Papa!
Suor Claudia
Sulle strade del Mozambico, ampliando gli orizzonti
Atterrati in Mozambico la prima cosa che salta subito all’occhio è l’orizzonte che si apre attorno a noi: sterminato, senza confini, costellato solamente di monumenti naturali. Per l’occhio occidentale è qualcosa di totalmente fuori dal quotidiano. I nostri occhi sono abituati alle skyline cittadine: profili di palazzi, case, industrie, monumenti; tutte opere create dall’estro umano. Per i più fortunati queste si possono alternare a qualche meraviglia della natura: monti, colli, vulcani, laghi, vaste pianure, il blu del mare e quello che il nostro bellissimo territorio può offrire. Ma la cosa che più colpisce, lasciato alle spalle il piccolo aeroporto della capitale mozambicana, è l’infinito incontaminato; nessuna traccia dell’uomo, solo natura. Un orizzonte che si amplia per il nostro occhio non abituato a spingersi tanto lontano.
Siamo Margherita e Filippo due giovani sposi cesenati. Il 17 marzo, accompagnati dalla guida di suor Daniela, siamo partiti alla volta del Mozambico per conoscere la missione delle suore della Sacra Famiglia in Charre, piccolo villaggio situato nel nord del paese, quasi al confine con il Malawi. Il desiderio di questo viaggio nasce dalla curiosità nei confronti di questa terra e dalla volontà di sperimentarsi nel servizio lontano dai nostri schemi dandoci l’occasione di verificare le scelte fatte fino ad oggi. Viaggiando sulla terra rossa del Mozambico due sono le cose che ci colpiscono: il popolo mozambicano è un popolo in cammino, le persone camminano; non si capisce bene da dove vengano e nemmeno dove stiano andando perché all’orizzonte ci sono solo baobab e campi di mais. Questa è la seconda cosa che ci colpisce: l’orizzonte che sembra non finire mai, un orizzonte sempre più ampio. Ma non è solo l’orizzonte che si è ampliato, anche gli spazi e i tempi: le città, i paesi e i villaggi sono separati tra loro da ampi spazi inabitati; per percorrere poco più di 400 chilometri è necessaria una giornata di macchina.
Arrivati a Charre, nonostante il lungo e impegnativo viaggio, non ci serve più nulla, non abbiamo bisogno di nulla: siamo giunti a casa! Siamo a chilometri di distanza dall’Italia, nella savana, non parliamo la lingua di questo popolo e capiamo solo qualche parola di ciò che dicono eppure ci sentiamo a casa. Ci sentiamo accolti, desiderati e voluti bene dalle suore che ci aspettano a braccia aperte e con la tavola apparecchiata; dalle ragazze dell’internato che sulla soglia ci attendono per darci il benvenuto tra canti, danze e petali di fiori; pure il geco in camera appostato sopra i nostri letti sembra aspettare il nostro arrivo. Nel giro di qualche giorno ci rendiamo conto che l’accoglienza non è solamente una virtù di chi vive la missione, ma è insita nel popolo che abita il villaggio che la circonda. I bambini che non appena hanno saputo dell’arrivo degli “azungu” (termine del dialetto locale per indicare i bianchi di pelle) si avvicinano incuriositi e desiderosi di stare con noi a giocare. Le ragazze che per comunicare con noi, affascinate dai suoni strani delle parole in italiano, vengono e con disegni o indicando oggetti attorno a noi ci insegnano le prime parole in portoghese. I parrocchiani che per darci il benvenuto sono venuti ad offrirci i loro beni più grandi: farina, mais, galline e anatre. E la cosa che più ci sconvolge è proprio questa: pur possedendo poco o niente, pur vivendo o di sussistenza o con i pochi soldi che il lavoro può dare questo popolo ha tanto desiderato la nostra presenza che non si è posto limiti nel donarsi per accoglierci.
Nel mese trascorso in Mozambico abbiamo avuto la possibilità di conoscere e visitare diverse comunità di missionari: francescani, saveriani, orsoline… tante comunità distribuite sul territorio mozambicano. Qui, condividendo con loro la tavola, la preghiera e il servizio respiriamo che la Chiesa è casa anche a migliaia di chilometri di distanza dal luogo in cui viviamo. Qui sperimentiamo che la Chiesa è un’unica grande famiglia capace di mettere insieme uomini e donne tanto diversi, ma sotto quella croce tutti fratelli. L’orizzonte nuovo che si apre difronte a noi è questo: qui dove le necessità si spingono fino ai bisogni primari per vivere non c’è spazio per cadere in contrasti o in dinamiche di prevalenza; qui le comunità di missionari hanno bisogno di supportarsi a vicenda nel concorrere al bene. Qui la Chiesa è un unico corpo, che seppur con tutti i limiti dell’essere umano, è in grado di far collaborare tutte le sue diverse membra.
Siamo partiti per il Mozambico con una grande curiosità: ma cosa fanno le suore della Sacra Famiglia in questa terra così abbandonata e isolata dal resto del mondo? Sono varie e disparate le attività che fanno le suore in Charre, cercando di rispondere ai bisogni che il territorio che le circonda manifesta: l’internato per le ragazze che frequentano la scuola secondaria, dando in questo modo la possibilità a chi abita distante dalla scuola di avere un luogo familiare dove vivere nei pressi di essa; la scuolina, ovvero un rinforzo scolastico per i bambini che frequentano le prime classi della scuola primaria per fare in modo che gli insegnamenti appresi durante le lezioni non cadano nel vuoto e che questi bimbi possano imparare quantomeno il portoghese; o ancora la distribuzione del latte in polvere alle donne che non possono darne ai loro bambini. Queste sono solo alcune delle attività svolte, ma la cosa che più ci è rimasta nel cuore è come stanno in quel luogo. Sì, perché prima di tutto le tre sorelle stanno. Ed è proprio nel loro stare, non solo fatto di grandi opere, ma anche di silenzi e semplice presenza, che portano la bellezza e la possibilità di un futuro diverso per quei bambini, per quelle ragazze e per tutte le persone che con loro vengono in contatto. Alla domanda che prima di partire ci ponevamo ci siamo dati questa risposta: sono lì, anzi stanno lì, per donare uno sguardo diverso, per ampliare l’orizzonte a tutte le persone che loro incontrano.
Margherita e Filippo